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Isotta Gaeta, Testimonianza

Isotta Gaeta
Nata a Torino il 16 ottobre 1927, morta a Nice (Francia) il 20 dicembre 2009, giornalista pubblicista, staffetta partigiana, sindacalista di Stampa Democratica.

"La mia partecipazione alla Resistenza è stata la naturale conseguenza dell'educazione ricevuta in una famiglia antifascista provata dal carcere, dal confino, dalle privazioni - diceva. Isotta Gaeta - Un percorso che mi ha fatto scegliere da che parte stare con convinzione.
Mio padre, che era stato arrestato tre mesi prima della mia nascita, condannato a 12 anni dal Tribunale speciale fascista da poco istituito, era il mio punto  di riferimento. Ma non solo: tutta la mia famiglia (Cavallo-Gaeta) era impegnata. A Torino, nel mio Borgo San Paolo, altri esempi di rivolta contro il fascismo mi venivano da altre famiglie come  i Pajetta, i Montagnana, i Longo. Mi ritrovai per la prima volta in strada a manifestare il 25 luglio del '43, durante un corteo che si dirigeva alle carceri "Nuove" per liberare i prigionieri politici. Ero più che motivata, perché avevo appena saputo che mio padre era di nuovo in carcere a Milano per l'organizzazione degli scioperi del marzo, che tanto avevano contribuito alla caduta di Mussolini".
"C'erano molti giovani nel corteo - diceva ancora Isotta Gaeta -. Studenti come me, operai, studenti lavoratori. Tutti erano animati dal desiderio di farla finita con quel fascismo, che pure li aveva formati nelle sue scuole; ma che con la guerra, le distruzioni, l'imposizione di tanti sacrifici, aveva cominciato a mostrare il suo vero volto. Formammo un gruppo e, in breve, scoprimmo le cose che ci univano. Ci guidava un giovane operaio della Fiat, un vero intellettuale proletariato che era già impegnato nel soccorso alle famiglie dei prigionieri politici.
Cominciamo a raccogliere e distribuire i primi giornali usciti dalla clandestinità e le migliaia di volantini che i partiti antifascisti producevano nelle sedi improvvisate. C'era un grande fermento, una grande attesa, una sorte di libertà vigilata con il controllo di Badoglio che faceva arrestare gli operai in sciopero, imponeva il coprifuoco e lasciava in circolazione i militi fascisti. L'8 settembre ci colse di sorpresa mentre eravamo raccolti nella sede del Partito comunista con alcuni dei vecchi compagni di mio padre: Ermes Bazzanini, Luigi Capriolo, Cesare Balossino e tanti altri che si preparavano ad entrare nella clandestinità, e tutti divennero resistenti. Noi giovani ci interrogammo su cosa fare, su come organizzarci, con chi stabilire altri collegamenti. Non sapevamo che stava per nascere il movimento partigiano delle ceneri della disfatta del nostro esercito e dalla rivolta popolare. Pensavamo alle armi che avremmo voluto trovare per combattere. Eravamo ragazzi ma, in pochi giorni, diventammo ribelli. Antonio teneva i collegamenti e distributiva i compiti a ciascuno di noi. Con lui partecipai alla mia prima azione: raccogliere nei boschi,vicino a Rivoli, un pacco di dinamite che dovevamo portare oltre il posto di blocco dell'Aeronautica e consegnarlo. Il pacco era stato sistemato sulla mia bicicletta perché, essendo una ragazza, potevo evitare più facilmente i controlli. Era il giorno del mio compleanno, compivo 16 anni e quello fu il mio apprendistato di resistente". "Intanto - osservava Isotta Gaeta - la storia incalzava, Mussolini era stato liberato, i tedeschi imperversavano seminando terrore e morte per rispondere ai primi attacchi partigiani. Nasceva la Repubblica di Salò con quei famosi ragazzi e ragazze che sembravano usciti da un'operetta; ma che ben presto imparammo a conoscere come stupratori, torturatori che terrorizzavano la gente, requisivano il bestiame e incendiavano le case dei contadini sospettati di dare rifugio ai partigiani. Era un momento che richiedeva una svolta e che imponeva una scelta per tutti noi. Per me decisero i fascisti. Una notte del dicembre '43 un gruppo della GNR si fermò sotto casa con l'intento di arrestare me e mia madre. Volevano mio padre che, liberato dal carcere di Sondrio, aveva raggiunto Asti, la sua città, per dar vita insieme con un gruppo di operai di catturarci come ostaggi per costringere mio padre a consegnarsi. Per fortuna non riuscirono ad entrare così, all'alba, riuscimmo a fuggire per raggiungere l'alessandrino dove amici e compagni si erano già rifugiati. Ci aspettavano e ci inserirono subito nel progetto di costituzione di una brigata che doveva aprire una zona già territorio della 78° Garibaldi, che non reggeva più tutta la situazione. A Quargnento, piccolo paese ai piedi delle coline, dove esistevano una fornace e una polveriera in mezzo a una distesa di vigneti e dove alcuni cortili delle cascine erano affrescati da Carlo Carrà, nacque la 107° Brigata Garibaldi che prese poi il nome di uno dei nostri caduti, Aldo Porro (Lepre). L'impulso per la costruzione della nostra formazione lo diede Walter Audisio (il colonnello Valerio), poco prima di raggiungere a Milano il comando del CVL. Lo ricordo con grande affetto come uomo generoso e coraggioso, animato dai nostri stessi ideali di libertà e di giustizia". "Nella brigata entrarono alcuni distaccamenti del 78° Garibaldi, un gruppo di universitari genovesi, diversi sfollati torinesi e pochi contadini del luogo risparmiati dai richiami alle armi. Ben presto, con i nuovi bandi di chiamata delle nuove leve, altri giovani che non volevano imboscarsi e tanto meno chinare la testa, si aggiunsero a noi -ricordava Isotta Gaeta -. Il nostro territorio comprendeva i molti comuni in cima alle colline: Lu monferrato, Cuccaro, Viarigi, Fubine, Vignale, Campagna, San Salvatore. Cominciammo coi distaccamenti nelle varie località mentre si moltiplicavano le azioni sollecitate dalle altre formazioni già impegnate negli scontri con il nemico. Io e mia madre ci spostammo a Lu monferrato, un paese alto sulla collina, con una splendida villa sulla valle che permetteva di individuare le colonne dei rastrellamenti. Quello divenne il nostro distaccamento e io presi possesso di una cantina con grandi botti di vino dove si nascondevano le armi e una macchina da scrivere Olivetti M40 che doveva servirmi a battere i volantini con gli appelli e i messaggi alla popolazione. Mi segnarono subito a sparare e mi consegnarono un moschetto '91 lungo quasi quanto me, che non ho mai usato, e una Beretta calibro 9. Cominciò cosi un'attività frenetica che mi coinvolse nel lavoro di collegamento e di raccolta delle informazioni sui movimenti del nemico, necessario per avviare i sabotaggi e gli interventi sulle colonne tedesche e fasciste. Spesso mi spostavo in bicicletta, a volte conducevo un calesse aiutata da due ragazze entrate nella brigata, figlie di contadini del luogo. Potevamo trasportare armi e materiale vario e servire da supporto per gli spostamenti dei combattimenti. Ogni volta che riuscivo a stabilire un contatto o a passare un posto di blocco senza farmi prendere ero fiera e felice perché ero riuscita a vincere la paura che, a volte, mi faceva tremare i polsi. Dovevo trovare il coraggio in me stessa e non era facile. Come dice una bella canzone di Italo Calvino 'l'eroismo non è sovrumano'. Ma la speranza di un mondo più giusto, più libero e lieto mi sosteneva e mi dava forza. Il cibo non ci mancava perché i contadini erano generosi con noi che ricambiavamo proteggendoli e, a volte, aiutandoli nei lavori dei campi e dei vigneti. Quello che mancava erano piuttosto le armi pesanti, i fucili mitragliatori, le munizioni e le bombe a mano che riuscivamo a recuperare assaltando caposaldi nemici o facendo irruzione nelle caserme. Nei momenti difficili, durante i massicci rastrellamenti facevamo leva sull'unità d'azione con diverse formazioni garibaldine ma anche delle Matteotti, di Giustizia e Libertà; più complicato era collegarsi con gli Autonomi che si defilavano nonostante i proclami del CLN e del CVL. Ma gli autonomi erano i soli ad avere rapporti con la missione alleata nelle Langhe che poteva far intervenire gli aerei per i lanci e per i bombardamenti che potevano consentirci di rompere l'accerchiamento di tedeschi e fascisti durante i conflitti. Quindi l'unità era essenziale".  "L'inverno del '44 fu il più duro, rigido e terribile -sottolineava Isotta  Gaeta-. Le armate nazifasciste si erano rafforzate e attaccavano con forza, mentre veniva meno il sostegno alleato alla Resistenza: il generale Alexander emise un proclama per invitarci a desistere momentaneamente dalla lotta per aspettare tempi migliori. Sentimmo il messaggio diffuso da Radio Londra ma non ci scoraggiammo e cosi avvenne per le altre formazioni con le quali eravamo in contatto. La lotta continuava, le vecchie cascine che avevano trasformato in caserme continuarono ad ospitarci e la gente continuò ad aiutarci. Fu proprio in quel periodo che inventai una specie di rassegna stampa. Avevo pensato di ricavare le notizie con gli echi della vita partigiana e della guerra dai giornali clandestini che ricevevamo dalle città e dalle formazioni e che riassumevo nelle pagine che battevo a macchina e trasformavo in volantini da distribuire con l'aiuto del Fronte della gioventù. Sono cominciate così, nel fuoco della lotta, le mie prime esperienze di giornalista. I primi caduti vicini a noi furono i 27 fucilati di Valenza. Erano i fratelli Lenti del distaccamento di Camagna che caddero in un'imboscata e morirono tutti insieme. Altri morirono in azioni diverse, altri riuscimmo a liberarli, ma dovevamo continuamente confrontarci con la morte.
L'esercito di Salò era implacabile e la feroce barbarie nazista non ci dava tregua. Poi venne la liberazione. Quei luminosi giorni di aprile erano il nostro riscatto, finalmente potevamo riprenderci la vita. Il nostro comando si era trasferito a Montemagno dove si raggruppavano altre formazioni e da lì scendemmo ad Alessandria dove occupammo una caserma, circondati dai tedeschi asserragliati nei loro rifugi perché non volevano arrendersi. Fino al 29 aprile furono giorni terribili, con la paura di essere caduti in una trappola. I fascisti della divisione S. Marco si arresero ma i tedeschi non mollavano mentre gli scontri a fuoco continuavano alla periferia di Alessandria per bloccare la pericolosa ritirata delle colonne tedesche verso il Brennero. Infine, con la trattativa guidata da Giuseppe Longo Presidente del CLN, il generale tedesco Hildebrandt firmò la resa. La guerra era finita, Alessandria si era liberata con le sue stesse forse senza l'intervento straniero. Finiti gli eccidi, i massacri, le fucilazioni, le deportazioni, le torture, i bombardamenti. In quei venti mesi indimenticabili io ero cresciuta, avevo conosciuto il coraggio, il sacrificio, la generosità, la solidarietà. Quei combattenti degli strani nomi di battaglia erano diventati i miei amici più cari. A Torino non ritrovai tutti quelli che avevo lasciato. Gaspare Paletta era caduto combattendo nell'Ossola; Antonio Merlo era perito nel far saltare un ponte; Luigi Capriolo, l'umile falegname antifascista, divenuto comandante partigiano, fu impiccato dai nazisti; Vera e Libera Arduino erano state stuprate, uccise e gettate nella Pellerina; a mio cugino Anselmo avevano strappato le unghie, prima di fucilarlo nel cimitero di Asti. Altri erano stati deportati e non tornarono. Mio padre, invece, liberato dal carcere di Mantova dove attendeva di essere fucilato. Finalmente poteva fare i conti con il fascismo. Si concludeva il nostro secondo Risorgimento, si aprivano nuovi scenari nell'Italia liberata. Se ripenso a quella nostra storia, cosi drammatica e cosi appassionata, cosi viva nel ricordo anche dopo tanti anni, mi ripeto le parole che il giornalista francese Gabriel Peri pronunciò mentre lo conducevano alla morte, sul Mont Valerian: 'E se fosse da rifare, lo rifarei"'.
 Patrizia nipote di Isotta Gaeta

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